Abbandono

Ti coglie di sorpresa. Si insinua tra le pieghe di una sorda ferita in agguato. Di  un abbraccio mancato. Di una mano da stringere che non trovi. Di uno strappo improvviso. Di un amore non corrisposto. Si apre come un varco nel cuore. Un vuoto sospeso nel centro. Carezza di un amore sognato.

Appuntarsi i sogni

I sogni arrivano, vanno, si dileguano. Questo almeno è quello che mi capita di frequente. Arrivano e in una sorta di limbo intuitivo prendono forma, li disegno mentalmente, li riempo di particolari e poi, nella maggior parte dei casi, svaniscono senza acquisire una dimensione compiuta. Rimangono li’. Sospesi nel mio immaginario. Mi sono interrogata spesso perché, nella seconda fase della mia vita,  io non abbia dato seguito ad alcuni sogni importanti che avrebbero potuto dare una sterzata e provocare un cambiamento profondo nella mia esistenza. Mi sono data risposte diverse a seconda delle circostanze e a ben guardare sono tutte risposte vere sebbene siano diverse rispetto alla prospettiva di osservazione. Molto risiede nello stile educativo ricevuto. Come purtroppo accade, sono stata educata a rispondere alle aspettative degli adulti. C’è chi al tuo posto disegna il tuo percorso di vita sulla base delle sue aspettative, e lo può fare influenzando la tua strada suggerendoti spunti positivi o in modo apertamente negativo.  E’ in risposta alle aspettative degli altri che i sogni si smarriscono. Cosa è giusto per se stessi? Cosa è giusto per gli altri dai quali in  età piccola dipendiamo affettivamente? E’ lì che mi sono giocata una quota di sogni importanti. Oggi credo che nello scambio affettivo  “fai quello che ti suggerisco ed in cambio sarai amata, apprezzata e benvoluta”, io non abbia saputo sostenere in modo saldo i miei desideri. Non sapevo più quali fossero, li ho avuti, ma non li trovavo più.  La mia ribellione, giocata anche duramente nello scontro di affermazione personale, non è stato abbastanza. Mi sono smarrita, ho coltivato velate forme di insicurezza, scarso credo in me stessa. La tenacia mi ha fatto perseguire obiettivi importanti, ad esempio il desiderio di una famiglia e dei figli. Quelli erano sogni miei. Solo miei. Nella irrealizzabilità dei sogni, poi si sono succeduti  i non posso. Tutto quello legato al contesto separazione, minore disponibilità economica, senso forte senso di responsabilità materna, non ha facilitato la realizzabilità di alcune aspirazioni. C’è un proverbio africano che recita: Chi vuole sul serio qualcosa trova una strada, gli altri una scusa. Non credo di aver trovato una scusa, ho capito di dover fare da sola, senza necessariamente trovare aiuti o consensi di vario genere, e finora non ho trovato  la way out che mi portasse alla meta. Giuro che l’ho cercata, ma dovevo fare altro. Sopravvivere, educare, correre, sbrigare cose mai fatte, pagare conti di tutti i generi… Non è stato facile, ma ce l’ho fatta. Devo considerare di più la variabile tempo. Scorre. Ed alcuni sogni potrebbero necessitare di un ridimensionamento. Meglio sbrigarsi. Ho tre sogni fra le dita. Non li voglio far dileguare. Non voglio farli impigliare tra i miei non lo so. Li ho segnati su una agendina, di quelle vere, di carta, così non li smarrisco nelle aspettative altrui o nelle paure. Comincio a vederli. Devo masticarli e fare e sudare.Sbrigati. Il sole spunta magnificamente  all’orizzonte.

L’amore imperfetto

Ieri sera sono stata al cinema a vedere Florence. Un film godibilissimo con una Meryl Streep fantastica. Il film racconta la storia vera della cantante d’opera Florence Foster Jenkins,  che diventa famosa per le scarse qualità canore. La musica è la sua vita ed è per lei una forma di sopravvivenza da una pesante malattia. Se nella sua vita voleva cantare, certamente lei ci è riuscita, e non in un teatro di quart’ ordine ma al Carnegie Hall di NY. Non voglio ovviamente svelare la trama del film, chi non l’ha visto deve avere il piacere di scoprirlo. Al film fa da sottofondo una delicata storia d’amore tra i due protagonisti, la cantante e suo marito, che mi ha fatto profondamente riflettere sui tratti che le relazioni d’amore possono assumere. Anche se qui a dire il vero mi sono trovata a contatto con una preziosa rarità affettiva. Una storia imperfetta nella sua perfezione. Una storia rispettosa nella sua irrispettosa anomalia. Una storia completa nella sua incompletezza anche per l’assenza di una relazione fisica. Una storia generosa nei sentimenti, anche se inizialmente nata su un approfittarsi del benessere economico della donna. Una storia d’amore vera anche se in presenza di una falsità, vista la presenza di un’altra donna, che non può tuttavia definirsi un’amante ma una fidanzata in presenza di una moglie. Tutto ed il contrario di tutto. Semplicemente la storia di un uomo imperfetto e consapevolmente imperfetto, che vuole rendere felice sua moglie che ha garantito la sua vita, donandogli generosamente delle possibilità e che si adopera in tutti i modi per farla vivere, non farla soffrire, dare concretezza ai suoi sogni. Mi sono imbattuta casualmente, nel concetto di amore imperfetto. Non ci avevo mai riflettuto. Noi che siamo sempre alla ricerca del tutto, della supercomfort zone, con tutti gli optional. Noi che se manca qualcosa andiamo in crisi. Che se qualcosa si rompe, non tentiamo di ripararlo dando dignità alla riparazione, semplicemente buttiamo via. Noi che ci inquietiamo spesso. Forse per volersi bene bisogna soltanto avere delle anime che brillano sulla stessa frequenza.

Storia di donna. Gini

Lei si chiama Gini, non so come si scrive. Donna, nera, 45 anni, sembrano 60. di Mogadiscio. Indossa un pile giallorosso della Roma, un pantalone della tuta rosa fucsia, pantofoline rosse del Trentino. Una specie di casuale vezzo. Ha i capelli raccolti in un foulard a pois grandi colorati su sfondo bianco, grandi occhi neri pieni di una commovente dolcezza, gli occhi dei neri, languidi e profondi. Nella pupilla bianca risaltano piccole macchioline marroni, non sono occhi in buono stato, sono occhi che hanno visto e vissuto troppo. Sto uscendo con Silvana, dalla Basilica di Santa Maria degli Angeli: Michelangelo, le colonne di Vanvitelli, il pendolo di Galileo, i resti delle terme di Diocleziano, la meridiana del 1700 di Papa Clemente non so cosa, sulla quale si regolavano tutti gli orologi delle chiese di Roma. Lei si avvicina, mi guarda negli occhi. Mi parla come se mi avesse sempre conosciuto. Mi dice aiutami. Io la guardo, non so cosa fare se non offrirle dei soldi. Mi guarda. Non voglio soldi, voglio aiuto, sono sola, non ho una casa, dormo negli autobus di notte, sono separata, ho un figlio che non mi parla. Aiuto. Come ti chiami? Sono Gini e tu? Francesca. Aiuto. Forse devo solo morire.  Non è facile incontrare il dolore, non è facile contenerlo, non è facile andare avanti e fare finta di nulla.Non so come aiutarti, tiro fuori ancora il mio portafogli, imbarazzata le porgo dei soldi che le infilo nella tasca del pile. La saluto. Le dico mi dispiace, non so cosa posso fare per te. Riprendo il mio percorso. Accompagno Silvana alla stazione Termini, la saluto con dispiacere. Ieri abbiamo trascorso una giornata bellissima in giro per Roma, le ho promesso un  giro per strade e vicoli inconsueti, ed un giro inconsueto è stato.  Esco dalla stazione, ritorno verso la macchina. Ho gli occhi della donna stampati dentro. Il suo sguardo nella mia anima. Cerco conforto su Google, trovo una sala operativa del Comune di Roma, aiutano persone fragili, senza fissa dimora. Torno da Gini. E’ in piedi vicino ad una colonna, non chiede l’elemosina, accanto a lei delle zingare sedute per terra. Mi guardano mentre le parlo, mi sorridono. A lei offrono degli abiti, lei rifiuta. Mi devo allontanare da lei. Sono sporca, mi dice. Te lo devo dire. Sono piena di animali. Ho ferite in tutto il corpo. Devi tagliare i capelli Gini. Scusa mi devo allontanare un po’ da te. Parliamo. Trascorriamo un’ora insieme in attesa dei volontari. Lei ha paura. Mi dice, non dovevi darmi i soldi. Mi dice posso offrirti qualcosa al bar? Mi parla di lei, di suo marito, del lavoro di assistenza agli anziani che faceva ad Arezzo. Suo marito ha un’altra donna, un’altra vita, un’altra figlia. Lei è precipitata sempre più in basso. Mi chiede di me. Non crede che io possa essere separata. Una donna come te, mi dice. Chi ti ha aiutato?  Arrivano i volontari, sembrano una dottoressa della mutua ed il suo assistente. Nessuna empatia. Di Gini ne avranno viste a centinaia. Chiedono nome, cognome, documenti. Ma dovete aiutare, accogliere o fare un interrogatorio? E’ una donna magrissima, stanca, piegata in due dalla stanchezza e dalla vita, non si possono sbrigare dopo queste formalità? Gini spiega lo smarrimento dei suoi documenti. E’ una donna educata,  attenta, pronta. Non ha problemi ad andare in questura con gli assistenti sociali per il riconoscimento. Non si fida di loro, non vuole più  andare. Io le dico è la tua unica possibilità, è un’opportunità. In alternativa non c’è nulla, non puoi vivere in questo stato. C’è solo la morte, la sofferenza. Lei mi guarda intensamente. Mi dice:  io mi fido di te, non di loro. Le parlo di nuovo, provo a convincerla, nulla da fare. Non posso fare altro. Ognuno decide la sua strada. Quel dannato libero arbitrio. Ti auguro buona fortuna Gini. Le lancio un bacio. Le dico spero che tu vada. Maledette lacrime in agguato. Rimetto le mani nel mio giaccone verde. Mi infilo gli occhiali da sole. Un sole splendido su Roma in una giornata spazzata via dalla tramontana. Riprendo il mio percorso. Gli occhi di Gini nel cuore. Ci sono milioni di sguardi che ci attendono. Milioni di voci che ci chiamano e chiedono dignità di vita. Milioni di persone che compatiamo nei loro viaggi di speranza, sui loro barconi. Noi li compatiamo. Ma di quale compassione vera siamo capaci? Noi che abbattiamo stereotipi, per creare altre gabbie patinate, chiusi nelle nostre certezze. E’ difficile entrare in contatto con l’altro umano, è difficile anche solo ascoltarlo il suo dolore. Su quale autobus sarà Gini a quest’ora? Ti abbraccio Gini.

The rising sun

Due volte a settimana, mi sveglio molto presto al mattino. Parto da Roma alle 5,30 praticamente di notte quando è inverno, attraverso la città deserta, fatta di tangenziale a luci arancio, ed approdo percorrendo l’Aurelia a Santa Marinella, una piccola cittadina di mare, sulla costa. Parto, arrivo, guardo il mare ancora scuro, a volte piatto, a volte no, mi fermo giusto il tempo di sbrigare le mie cose e torno in città. La strada del ritorno è sorprendente. Il mare si illumina di colore. I colori dell’alba, dapprima tenui, repentinamente cambiano tonalità e si accendono. Nel passaggio delle tonalità, apprezzo la pausa abbastanza lunga di luminosità intensa  dell’aurora che precede l’arrivo del sole pieno. Come se il sole ci mettesse un po’ per “carburare” al mattino, come accade agli umani o come se l’Universo volesse farci godere l’intensità delle tonalità di colore più belle, del rosa che sfuma in tutte  le gradazioni dell’arancio prima di sparire nella luce. Il colore illumina il buio. I primi attimi del sorgere del sole sono di contrasto. Nero, il blu ancora scuro del cielo, rosa. Poi i toni scuri spariscono, il rosa si scalda. Infine appare l’azzurro, il rosa e l’arancio si mescolano alle nuvole chiare, striate, che a volte si tingono di grigio, di lilla e all’azzurro ancora più nitido. In questi cieli, i miei occhi si perdono, i pensieri svaniscono. Tutto è solo infinita bellezza. Potrei perdermi in quei cieli che mi accompagnano. Questa bellezza mi serve per vivere.

L’Isola di Noi

Di recente ho letto un piccolo libro scritto da Federico de Rosa. Federico, è un compagno di liceo di mia figlia F. , un ragazzo autistico che ha la fortuna di avere accanto un folto gruppo di amici della scuola che lo amano e lo rispettano. Federico è il collante tra di loro, nonostante il liceo sia finito, si incontrano in tante situazioni non scandite da occasioni speciali, ma anche per fare l’albero di Natale, per il suo compleanno, per trascorrere qualche giorno insieme durante l’estate… insomma una bella e piena amicizia, che comprende anche forme di attenzione e di accudimento di grande intensità emotiva. Questo piccolo libro mi ha rapito, non l’ho letto, l’ho bevuto, ed ha lasciato in me una grande ricchezza di spunti.  Nell’Isola di Noi, abitata da autistici, si recano in viaggio un gruppo di neurotipici, così sono definiti i normali, che appena sbarcati nell’isola saranno considerati affetti da handicap. Federico  in poco più  di 130 pagine, affronta i temi  più importanti del nostro vivere sociale, la scuola, l’inclusione, la politica, l’economia, l’amore. Risolve problemi complessi con una semplicità logica e con una profondità di sentimento che colpisce. Il silenzio nel quale vive, ha facilitato lo sviluppo di una interiorità vivida e feconda, l’incomunicabilità attraverso la parola è riempita da una comunicazione  fatta di sguardi, di gesti ed un sentire fatto di emozioni.  L’articolo primo della Costituzione recita che l’Isola di Noi è basata sull’integrazione di ogni diversità e che il primo compito dello Stato è promuovere il superamento di ogni forma di esclusione per tendere alla piena inclusione di ogni individuo. Federico non si ferma a recitare. Parlando della scuola, spiega quello che accade nell’isola. La mattina studenti ed insegnanti si danno appuntamento alla metro. I più grandi aiutano i più piccini, i più forti aiutano i portatori di menomazione, insegnanti e studenti si mescolano, ed è già scuola. La prima ora è dedicata alla integrazione ed alla solidarietà. Mi fermo. Perché questo non accade nel mondo reale? Cosa ci impedisce di aiutarci? Ricordo ai tempi della scuola delle mie figlie, tutte queste madri e padri stressati che accompagnavano a scuola i propri figli sempre con l’incubo di fare tardi… potevamo organizzarci differentemente… Potevamo pensare ad un supporto reciproco e meno occasionale creatosi spontaneamente tra qualche famiglia…Potevamo rendere quei momenti di accompagno ancora più piacevoli e socializzanti. Quando Federico parla della politica è disarmante. Centra perfettamente quel tratto di egocentrismo degli umani che concepiscono la dialettica come contrapposizione competitiva. L’uno che deve vincere sull’altro. Parla di cittadini a disposizione della politica, di forme di democrazia diretta in un mondo tecnologico, di orientamenti politici prevalenti e di quelli minoritari che sono funzionali a smorzare  gli eccessi, di aggregazioni politiche non gerarchiche perché la gerarchia viene ritenuta una forma organizzativa tribale. Potrei scrivere per  ore di questo libro…. Nel capitolo dell’Economia, parla della Tempo Libero Corporation in cui sono impegnati i ricercatori per studiare come il tempo libero e lo svago possano contribuire alla realizzazione ed alla felicità della persona. L’economia è tutto ciò che fa crescere l’armonia dentro la persona, tra le persone e nell’ambiente. Il capitolo sull’amore autistico è veramente pieno di tenerezza. L’amore è sentire. Non parlare o fare che è tipico dell’amicizia. L’amore è capire se due interiorità, hanno la capacità di diventare una interiorità sola. Il silenzio è alla base dell’amore. Sentendo l’altro emotivamente, si costruisce la relazione. I neurotipici hanno l’ansia da silenzio o da non fare. Per Federico l’amore vero è trovare pace nelle braccia dell’altro. Essere giunti alla meta e non avere bisogno di altro. Ci basta vivere ciò che stiamo vivendo.

Storia di un presepe triste finito in bellezza

Stasera guardavo il mio presepe che sbrilluccica  in uno spazio di una antica vetrina costruita da un improbabile bis o trisavolo falegname… e ho ripercorso la sua storia. Quando ero piccola, desideravo ardentemente di poter fare un grande presepe. I miei vicini di casa, di origine molisana, evidentemente più attaccati della mia famiglia alle tradizioni del Natale, avevano un presepe enorme che allestivano su un grande ripiano, costruito appositamente nella stanza di ingresso della casa, per ospitare pecore, pastori, cascatelle e casette ben illuminate. Io facevo su e giù tra la loro  casa, piena di persone e molto ospitale e casa mia, dove la differenza si sentiva e non soltanto a livello di presepe. Mia madre stressata per definizione dalle mie richieste, che in fondo a ben guardare non erano poi chissà cosa, mi compro’ nell’ordine: una capanna di legno con il tetto ricoperto di muschio, la sacra famiglia completa con bue ed asinello, uno zampognaro, 4 mini pecore, tre ochette, un signore che portava un secchio d’acqua, un angelo ed una stella cometa. Croce e delizia, felicità e frustrazione, finalmente avevo un presepe tutto mio, ma era talmente scarno, misero e freddo…. giaceva su un pavimento di marmo anni 60′ sotto l’albero di Natale. Non c’era una casetta, una lucina, una montagna, un cielo stellato… Mancava di tutto. Eppure me lo guardavo. Lo curavo. Stavo attenta a riposizionare la cometa piena di porporina argentata che cadeva dal tetto della capanna ripetutamente, aggiungevo il Bambinello la notte di Natale, facevo passeggiare le mini pecore e dopo una dura battaglia a suon di  proteste,  riuscii anche ad ottenere i Re Magi, perchè la storia doveva concludersi come narrata. La storia del presepe triste è finita. Oggi ho un piccolo presepe allegro, pieno di luci che si accendono e si spengono, le casette, il pagliaio, il pozzo, una specie di ponticello con l’omino che pesca ed ovviamente le mini pecore, le ochette e gli altri personaggi del presepe triste. La cosa che mi incanta di più sono  i fogli di stelle incollati sullo sfondo. Mia figlia, lo scorso 8 Dicembre, mentre accartocciavo le montagne,  mi ha detto che le faccio tenerezza ogni volta che  mi vede fare il presepe…. Lei la storia del presepe triste non l’ha vissuta, per sua fortuna. Il mio presepe , non è grande ma è bellissimo ed esprime tutto il calore che l’amore di una famiglia sa dare. Dimenticavo…. La stella cometa continua a cadere….

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Perchè

Questo blog nasce in un momento complesso della mia esistenza. Improvvisamente  i contorni affettivi sono  diventati liquidi: gli affetti familiari, la relazione che definivo d’amore, le amicizie di sempre. I rapporti hanno perso le forme consuete e le certezze che vi riponevo sono saltate perlopiù tutte, ad una ad una, lasciandomi addosso un senso profondo di abbandono. Mi è giunta in soccorso l’estate. L’estate appena trascorsa, con un sottofondo di mare che adoro, piena di persone nuove,  di incontri per caso  e di incontri di sempre, di chiacchiere. L’estate che  mi ha consentito di essere me stessa, di tirare fuori la mia vera essenza, fondata su una socievolezza che non sempre trova corrispondenza nella sensibilità, nei valori, nei sogni inespressi. L’estate, insieme alla possibilità  di aver letto alcune riflessioni  da un blog conosciuto per pura casualità, mi suggeriscono di guardare fuori, di capire cosa c’è oltre  il mio contesto. Il fuori è pieno di nuovo, non tutto bello, non tutto condivisibile forse, ma nel nuovo è possibile trovare oltre lo scambio, una corrispondenza, di ideali, di cambiamento, di bellezza … perché no?  Queste pagine cristallizzeranno, quello che penso, ciò che sono, il mondo che vorrei. Vediamo quello che succede.